Mantenimento e adeguamento Istat

Vero n° 18 L’assegno per la ex moglie deve tenere conto di un parametro di aggiornamento per preservare potere d’acquisto. Se quel valore è negativo, l’assegno stesso non può scendere sotto la soglia stabilita in origine

Sono un uomo divorziato da un po’ di anni. Ogni volta che c’è l’aumento Istat la mia ex provvede subito a farmi sapere che le devo più soldi. È un po’, però, che il parametro è negativo, ma io non ho ridotto l’assegno. Non dovrebbe funzionare che se l’Istat cresce io aumento l’assegno, ma se diminuisce io pago meno? La mia ex dice che il suo avvocato le ha detto che non funziona così. Mi devo fidare?

Alberto P., Parma

Lo scopo dell’aggiornamento Istat è quello di adeguare il valore dell’assegno per il coniuge o quello per i figli all’aumento del costo della vita, per preservarne il potere di acquisto. Per questo motivo l’indice Istat positivo si applica sempre, quello negativo non si applica se rende la cifra dell’assegno più bassa di quanto stabilito dal giudice. Il concreto ammontare dell’assegno di mantenimento oscilla in ragione delle variazioni Istat dei prezzi al consumo e può aumentare e diminuire a seconda dei casi, ma l’ex coniuge beneficiario ha sempre e comunque la certezza di continuare nel tempo a percepire quanto meno l’importo fissato in sede di divorzio, a prescindere da come varierà l’Istat. Le ricordo inoltre che l’omesso adeguamento Istat può essere richiesto dall’ex coniuge in giudizio solo relativamente ai cinque anni precedenti, poi questo diritto si prescrive e il titolare dell’assegno non può più richiedere indietro quelle somme.

In caso di divorzio i giudici tengono conto dei “sacrifici” delle donne

C’è poco da dire, noi donne siamo sempre penalizzate. Lo vediamo anche in tempo di coronavirus: siamo noi a perdere maggiormente il lavoro. Siamo svantaggiate anche quando ci separiamo, indipendentemente che la scelta sia stata nostra o del coniuge. Di solito i mariti sono riusciti a fare carriera, chi più chi meno, perché noi, anche con un lavoro, ci dannavamo per tornare a casa presto, badare ai figli, pulire, fare la spesa. Se poi, dopo il primo figlio, abbiamo deciso, insieme al partner, di smettere di lavorare, è ancora peggio. Quando si divorzia a lui rimane il suo lavoro a noi poco o niente. Ho letto che da qualche anno si cerca di eliminare l’assegno di divorzio per non avere donne parassite che vivono alle spalle degli ex. Ma come si fa a pretendere che una donna, che magari non lavora da 20 anni o che ha sempre lavorato part time, all’improvviso rientri nel mondo del lavoro e guadagni abbastanza da mantenersi? Perché non si parla mai di questo ma solo dei poveri papà che sono ridotti a vivere in macchina? Io non ne conosco, mentre invece conosco tante donne in difficoltà economica perché il marito se ne è andato lasciandole con un misero assegno.

Loredana, Verona

Gentile signora, è vero che negli ultimi anni si è letto tanto su questo argomento e sul fatto che i giudici stanno, per così dire, contenendo il riconoscimento dell’assegno di divorzio per non creare “assicurazioni sulla vita”, considerato che il legame, con il divorzio, è definitivamente sciolto e che anche il destino di ciascuno degli ex coniugi dovrebbe esserlo. Nel determinare la spettanza e l’entità dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge economicamente più debole (secondo le statistiche in maggioranza ex mogli), però, le garantisco che i giudici, ancora oggi, tengono conto del “sacrificio” professionale di chi si è dedicato alla famiglia e anche a favorire la carriera dell’ex marito e del contributo dato alla formazione del patrimonio familiare e personale dell’altro coniuge.