Illegittimità del licenziamento del lavoratore a casa in malattia che si dedica ad attività ricreative.

Secondo la Cassazione, se il lavoratore in malattia a cui è stato diagnosticato un disturbo depressivo, esce di casa per distrarsi, non adotta un comportamento sanzionabile dal parte del datore di lavoro.

Infatti, l’uscire per svagarsi non integra una condotta inconciliabile con lo stato di malattia e soprattutto non pregiudica la guarigione e il rientro al lavoro del dipendente.

Ne discende l’illegittimità dell’eventuale licenziamento comminato dal datore di lavoro per violazione degli obblighi connaturati al rapporto di lavoro, con conseguente diritto del lavoratore ad essere reintegrato nel posto di lavoro e ad essere risarcito per il danno patito.
Nella pronuncia in discussione, i giudici hanno argomentato che dalla documentazione medica presentata dal dipendente risultava una diagnosi di episodio di depressione maggiore e una prognosi di 15 giorni con prescrizione di riposo e cura.

A fronte di tale diagnosi, considerate anche le caratteristiche della patologia, la condotta del lavoratore non è di per se stessa indicativa di una simulazione della patologia stessa; d’altra parte, l’uscire di casa non comporta un aggravamento della malattia né un ritardo nel raggiungere la guarigione.
I giudici, nel rigettare la prospettazione del datore di lavoro che sosteneva che il lavoratore, dedicandosi nel periodo di malattia a svolgere attività dilettevoli, avrebbe tenuto un comportamento inconciliabile con la dichiarata condizione depressiva venendo meno ai propri doveri di correttezza, buona fede e diligenza, legittimando con ciò il licenziamento, hanno sostenuto che quando un lavoratore è affetto da una patologia che gli impedisce di lavorare non significa che lo stesso si trovi tout court nell’impossibilità di svolgere qualsiasi altra attività.

Aggiunge la Corte che l’attività extra-lavorativa svolta durante il periodo di malattia del lavoratore viola i doveri di correttezza e buona fede solo quando detta attività faccia presumere l’inesistenza di una malattia o quando la medesima attività rischi di pregiudicare la ripresa del lavoro nei tempi preventivati.

Gli Ermellini hanno, dunque, concluso che la condotta del lavoratore non sia contraddittoria rispetto alla diagnosi di uno stato ansioso depressivo e che detta diagnosi – confermata dalla consulenza tecnica effettuata nel corso del giudizio di merito – non è stata affatto il frutto di un progetto fraudolento e che la condotta del lavoratore non è risultata affatto idonea a compromettere la di lui guarigione o, in ogni caso, ostativa alla evoluzione positiva della patologia.

La Suprema Corte ha dunque dichiarato l’illiceità del provvedimento espulsivo comminato dal datore di lavoro, sulla scorta del fatto che l’assenza di illegittimità di un fatto materiale pur sussistente sia assimilabile all’ipotesi dell’insussistenza del fatto contestato, circostanza che prevede la reintegra nel posto di lavoro.


Cassazione sez. lavoro n. 9647-21