Sembrava che l’assegno di divorzio fosse destinato a scomparire (dopo il processo Berlusconi-Lario) e invece non è così.

L’art. 5 della legge sul divorzio prevede che con la sentenza di divorzio il Tribunale possa disporre la corresponsione di un assegno periodico in favore del coniuge cosiddetto debole ossia del coniuge che non abbia mezzi adeguati o che non possa procurarseli per ragioni oggettive.

Sino al 2017 una volta stabilita la debenza dell’assegno di divorzio, per quantificarlo, i giudici hanno per decenni applicato il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ossia il medesimo criterio utilizzato per determinare l’assegno di separazione, attribuendo dunque al coniuge economicamente debole un assegno tale da consentirgli di mantenere appunto un tenore di vita analogo al precedente, nel caso in cui non avesse mezzi propri per farlo o non potesse procurarseli autonomamente, lavorando.

Tale criterio è stato criticato per anni dalla dottrina che riteneva che ciò potesse creare le cosiddette rendite parassitarie o rendite di posizione. In giurisprudenza solo nel 2017 il criterio della mancanza di mezzi adeguati a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ha iniziato ad essere progressivamente superato con la famosa sentenza 11.504 del 2017 (sentenza Berlusconi/Lario) che ha affermato un orientamento differente a quello dei trent’anni precedenti, negando il riconoscimento dell’assegno divorzile al coniuge che fosse semplicemente autosufficiente economicamente, anche se assolutamente non in grado di condurre un tenore di vita neppure lontanamente vicino a quello goduto durante gli anni di matrimonio. L’acceso dibattito tra le due contrapposte posizioni è culminato nel 2018 nell’intervento della Corte di Cassazione a sezioni unite (sentenza n. 18287/2018) che ha abbandonato il criterio del passato della mancanza di mezzi propri per mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ma anche quello innovativo dell’esistenza di mezzi propri per garantire la sola autosufficienza, stabilendo la necessità di procedere ad una valutazione complessiva dell’intera storia coniugale determinando l’assegno in base all’età e alla salute dell’avente diritto, nonché alla durata del vincolo coniugale; valorizzando le scelte compite durante il matrimonio (per esempio quella della moglie di lasciare il lavoro per occuparsi di casa e figli favorendo così la carriera del marito) e la situazione del coniuge che richiede l’assegno durante il processo di divorzio.

I giudici hanno dunque valorizzato il principio di solidarietà post coniugale, pur avendo come obiettivo anche quello di evitare ingiuste rendite parassitarie, sancendo che per stabilire se sia dovuto un assegno divorzile e, in caso positivo, in quale misura, bisognerà valutare il reddito e il patrimonio di ciascuno dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo dato da ciascuno durante il matrimonio alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio proprio o comune e dei risparmi familiari, in rapporto anche alla durata del matrimonio. Soprattutto in relazione al primo criterio, qualora emerga che un coniuge è privo di mezzi o e oggettivamente impossibilitato a procurarseli, il giudice dovrà accertare il perché di questa sperequazione secondo i successivi criteri sopra già indicati  e contenuti nell’art. 5 , sesto comma, della legge sul divorzio. In particolare il giudice dovrà valutare se la mancanza di mezzi e l’apporto al nucleo familiare e alla creazione del patrimonio comuni siano riconducibili al sacrificio delle proprie aspettative personali e professionali in relazione all’età e alla durata del matrimonio.

Una volta stabilita dunque la debenza di questo assegno, il giudice dovrà quantificarlo non più rapportandolo al pregresso tenore di vita né all’autosufficienza economica, ma quantificandolo in modo tale da assicurare all’avente diritto un livello reddituale adeguato al contributo fornito alla famiglia.

Questi principi non vengono applicati automaticamente, ma caso per caso.

Nella recentissima sentenza del gennaio 2021, per esempio,  ha trovato piena applicazione questa interpretazione. La Cassazione ha riconosciuto l’assegno divorzile ad una ex moglie che non si presenta più ai colloqui di lavoro e che non si rivolge neppure al centro per l’impiego. Il fatto che la signora non si sia attivata per reperire un’occupazione, non ha giustificato automaticamente l’esclusione del suo diritto a ricevere un assegno. L’età m(53 anni) e la mancanza di esperienze lavorative pregresse indica che la signora sarebbe difficilmente ricollocabile nel mondo del lavoro, anche potendo avere, grazie ad amici e parenti la possibilità di impieghi saltuari.

Assegno di divorzio alla ex che non cerca lavoro