Cosa dice la legge sulla privacy dei minori

Vero n° 49 La figlia undicenne di Giovanna ha messo una password che impedisce ai genitori di controllare con chi chatta e quali siti visita. Ma questo non è possibile: mamma e papà hanno il diritto e il dovere di verificare

Buongiorno, le scrivo per una questione apparentemente di poca importanza, ma che sta creando tensione in casa con mia figlia e anche con mio marito, visto che lui non è d’accordo con me sul comportamento che dobbiamo tenere come genitori. La situazione è questa: mia figlia frequenta la prima media e, all’inizio dell’anno scolastico, le abbiamo preso un cellulare perché va e torna da scuola da sola e questo ci fa stare più tranquilli. Purtroppo ora questo acquisto è diventato un incubo, visto che lei non fa altro che chattare con le nuove compagne, guardare video e così via. Ha anche messo una password che ci impedisce di accedere ai suoi contenuti e pretende che rispettiamo la sua privacy! Io non sono d’accordo, mio marito invece suggerisce di lasciarla fare. La domanda per cui le scrivo è questa: davvero mia figlia, a 11 anni, ha diritto alla privacy sullo smartphone?

Giovanna

Cara Giovanna, come lei ha ben intuito, sta a voi genitori stabilire i confini e gli ambiti di autonomia di vostra figlia. Sotto il profilo della legge sua figlia non ha alcun diritto di non farvi conoscere la pas- sword del proprio cellulare e, anzi, voi genitori avete il dovere, nell’esplicazione del vostro compito educativo, di vigilare su quello che legge, su chi contatta e così via. Lo smartphone è uno strumento potentissimo, che espone le ragazze e i ragazzi a ogni sorta di contatto e argomento, spesso non adatti alla loro età. È recentissima la pronuncia di un Tribunale che ha condannato penalmente i genitori di un ragazzino perché non hanno controllato l’approccio del figlio minore ai mezzi teconologici e perché non gli hanno instillato il principio di responsabilità e di dignità nell’uso dello smartphone. Il ragazzino, infatti, aveva molestato una compagna di scuola con l’uso di messaggi Whatsapp. Vostra figlia non può proteggere il telefono con una password.

Assegno di mantenimento: la moglie che si “risposa” non ne ha più diritto

Gentile avvocato, continuo a leggere di sentenze in cui si vuole levare l’assegno alle ex mogli perché si rifanno una vita. Ma se una donna ha diritto all’assegno è perché non ha lavorato (anzi, ha lavorato in casa), consentendo al marito di fare carriera. Se poi il matrimonio fallisce, al marito resta il suo lavoro e la moglie rimane col cerino in mano. Le pare giusto?

Antonella S.

Buongiorno Antonella, immagino lei si riferisca alla recente sentenza con cui i giudici della Cassazione hanno tolto l’assegno di mantenimento a una moglie che aveva una relazione stabile. In realtà i giudici non hanno fatto altro che applicare una legge che c’è da molto tempo. La moglie divorziata che percepisce un assegno perché in costanza di matrimonio si è dedicata alla famiglia, consentendo al marito di fare carriera, lo perde se si risposa, come prevede espressamente la legge sul divorzio. Per estensione i giudici hanno ribadito che anche la ex che ha una convivenza stabile, paragonabile al vincolo matrimoniale, perde l’assegno. Questa interpretazione non è nuova. In questo caso in particolare i giudici si sono così pronunciati perché, al di là del formalismo, la signora, pur non avendo la residenza né il domicilio presso l’abitazione del nuovo compagno, aveva una stabile convivenza di fatto e non aveva spostato la residenza solo per non perdere il diritto all’assegno.