I figli possono essere affidati ai nonni?

Vero n° 09 In un recente caso di cronaca, tre bambini che hanno subito violenze dai genitori sono stati collocati presso una famiglia affidataria. Ma c’è un motivo per cui i loro parenti più prossimi sono stati esclusi

Caro avvocato, recentemente ho letto un articolo di un quotidiano incentrato su un caso di tre bambini (tutti di età compresa tra i cinque e i tredici anni) che sono stati allontanati dalla loro famiglia a causa delle violenze perpetrate per anni ai loro danni da parte del padre. Oltre alla drammaticità della notizia, quello che mi ha colpito è stato anche il fatto che il giudice non avrebbe valutato l’opzione di affidare i bambini ai nonni (non so se paterni o materni) anziché metterli in un’altra famiglia. È davvero possibile che una cosa del genere succeda? Ma allora i nonni non contano niente? E non potevano affidare i piccoli alla madre?

Alberta, Livorno

Gentile signora Alberta, il caso al quale fa riferimento è quello di tre ragazzini che sono stati allontanati da entrambi i genitori e collocati temporaneamente presso una famiglia affidataria perché subivano violenze sia dalla mamma sia dal papà. Questo il motivo per cui non sono stati lasciati alla madre. Entrambi i genitori si comportavano alla stessa maniera e avallavano l’uno il comportamento dell’altro. Inoltre, in quel caso il tribunale ha escluso che i ragazzini potessero essere collocati presso i nonni paterni, che pure lo avevano espressamente richiesto, ritenendo che nemmeno costoro fossero adeguati al compito, non solo a causa dell’età avanzata, ma soprattutto per l’atteggiamento di giustificazione della condotta violenta del figlio. Peraltro i giudici hanno verificato che anche il nonno era già ricorso con il nipote più grande a metodi educativi violenti e la nonna aveva un atteggiamento fortemente critico nei confronti della madre dei minori e dei minori stessi, questo per giustificare la condotta del figlio. Non è dunque vero che i nonni non contino niente quando si tratta di valutare l’allontanamento di un minore dalla famiglia di origine, ma bisogna valutare le responsabilità caso per caso.

Se il datore di lavoro deve risarcire il marito tradito dalla propria dipendente

Gentile avvocato, tempo fa ha suscitato un certo scalpore la notizia di un marito che avrebbe chiesto un risarcimento economico del danno alla società in cui lavorava la moglie. Il motivo? Quest’ultima lo avrebbe tradito con un collega. È una storia che, se confermata, sembra davvero incredibile, all’estero secondo me ci ridono dietro. È davvero possibile che un datore di lavoro sia responsabile delle questioni di cuore dei propri dipendenti? O si tratta invece di una storia più complessa di come l’hanno raccontata?

Sandro, Padova

Di recente i giornali hanno pubblicato questa notizia, che ha fatto molto discutere. Effettivamente la Corte di Cassazione (Cass. 6598/2019) si è pronunciata sul punto in un caso in cui un marito tradito dalla moglie con un collega ha chiesto alla compagnia assicuratrice in cui lavoravano i due un risarcimento del danno per non avere adeguatamente sorvegliato i propri dipendenti, lasciando che si verificassero violazioni dei doveri nascenti dal matrimonio. I giudici della Cassazione hanno escluso che il datore di lavoro possa essere in qualche modo responsabile e dunque obbligato a versare un risarcimento del danno al coniuge tradito, per non avere evitato che tra i propri dipendenti si instaurassero relazioni personali che potessero portare alla violazione del dovere di fedeltà.