Rischio licenziamento in caso di malattia?

Vero n° 47 La legge garantisce il posto di lavoro entro un certo periodo di tempo che varia da otto a dodici mesi, superato il quale il dipendente può richiedere di usufruire dell’aspettativa non retribuita

Caro avvocato, quasi un anno fa mi è stato diagnosticato un problema a un ginocchio che ha necessitato di un intervento chirurgico piuttosto importante, che da oltre sei mesi mi sta tenendo lontana dal lavoro per malattia. Sono dipendente di un grande gruppo industriale nel settore farmaceutico e temo che vogliano licenziarmi. Può accadere?

Roberta, Pavia

La legge garantisce al lavoratore in malattia la conservazione del posto di lavoro entro un certo limite – il periodo di comporto – la cui durata, nel caso del contratto collettivo applicabile al suo caso ,varia da 8 a12 mesi, a seconda della sua anzianità lavorativa. Una volta trascorso il periodo di comporto, il datore di lavoro avrà il diritto di licenziarla, indipendentemente dall’esistenza di una qualsiasi ragione oggettiva, seppure sempre nel rispetto del termine di preavviso, con obbligo, in difetto, a corrisponderle la relativa indennità sostitutiva. Per ovviare a questo inconveniente, spesso i contratti collettivi introducono un altro istituto, quello dell’aspettativa non retribuita: per un periodo massimo indicato dal contratto, il rapporto di lavoro può proseguire, sia pur in assenza della retribuzione, anche oltre il termine di comporto. Pertanto, qualora il suo stato di salute non le consenta di riprendere a lavorare, all’approssimarsi della scadenza del periodo di comporto può manifestare l’intenzione di fruire dell’aspettativa, che il datore di lavoro non può rifiutarle, a meno di non dimostrare la sussistenza di motivi che gli impediscano di concederla. Le segnalo che alcune sentenze hanno dichiarato illegittimo il licenziamento intimato per superamento del termine di comporto se il datore di lavoro non ha preventivamente comunicato al lavoratore la facoltà di fruire della citata aspettativa. Secondo parte della giurisprudenza sarebbe impugnabile il licenziamento che intervenga dopo che il periodo di comporto sia superato. Secondo alcuni giudici, il datore di lavoro, così operando, avrebbe manifestato per fatti concludenti (per non aver licenziato subito il dipendente) di accettare il superamento del comporto e di voler conservare il posto di lavoro al dipendente vittima della lunga malattia.

Se la ristrutturazione di un immobile costa il doppio di quanto scritto in preventivo

Qualche settimana fa ho deciso di incaricare un’impresa edile della ristrutturazione del mio immobile. Il titolare mi è sembrato competente e mi ha fatto un preventivo che ho accettato. Peccato che a fine lavori mi è stato presentato un conto pari quasi al doppio di quello preventivato, con la spiegazione che, procedendo nei lavori, si sono resi necessari interventi imprevedibili, di cui io non sono stata informata. La legge mi obbliga a pagare?

Luisa, Avellino

L’appaltatore non può apportare variazioni alle modalità convenute dell’opera se il committente non le ha autorizzate. Tale autorizzazione deve essere provata per iscritto. Tenga conto che anche quando le modificazioni sono state autorizzate, l’appaltatore, se il prezzo dell’intera opera è stato determinato “a corpo”, non ha diritto al compenso per le variazioni o per le aggiunte, salvo che ciò sia previsto nel contratto. Lei può rilasciare l’autorizzazione anche a posteriori, sempre con forma scritta. E anche rilasciando tale autorizzazione lei accetterà tutte le opere effettuate con la verifica finale, durante la quale potrà rilevare vizi o difetti di quanto realizzato. Le raccomando infine di non pagare il prezzo maggiorato senza nulla eccepire (sempre per iscritto). Se così avvenisse, infatti, la giurisprudenza costante interpreterebbe il suo comportamento come accettazione tacita.